Tristemente guardo indietro. Le uniche cose (sensate sarebbe un’esagerazione) che ho scritto e che abbiamo un po’ di senso (non che queste ne avranno di più, visto che non mi leggerà praticamente più nessuno) risalgono a 6 mesi fa. Parlavo di crisi e di disoccupazione, tristemente sono nella stessa situazione, nulla è cambiato. Anzi in realtà lo sconforto è maggiore. Ho deciso, a settembre, con o senza alternative lavorative, lascio il luogo in cui negli ultimi 18 mesi ho sperato; ho sperato che quel comportamento gentile, umano e solidale dei primi mesi non fosse frutto di una brutta malattia poi guarita, ho sperato che le promesse di aiutarmi a trovare un lavoro migliore (pensando al mio bene e alle mie capacità) non fossero chiacchiere, ho creduto che dire: “Voglio metterti in regola” avesse un valore, ho pensato che la gente che per anni hai visto al tuo fianco a dispiacersi per le tue disfatte potesse essere obiettiva e non cambiare perché la persona che ti ha riempito di blablabla negli ultimi mesi della tua vita è tuo padre (diciamolo che per anni ne hai detto anche tu peste e corna). Oggi, come ieri, so che per quanti meriti io mi riconosca (a torto o a ragione) la mia vita è ferma, non un’occasione, non un’opportunità. Non sto qui a scrivere che prenderò armi e bagagli e cambierò città; mi conosco, so che non è la mia strada. Sto qui a fare un piccolo riepilogo…

